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ll sapore fiabesco de “Il cavaliere inesistente” ha condito di vibranti e svariate riflessioni il quarto incontro previsto nell’ambito del progetto di lettura , sostenuto dal Dipartimento di Lettere. Coadiuvato dal dottor Gargiulo, il Prof. Salomone ha eseguito una chiara analisi del testo, sul piano dei contenuti, del genere letterario in cui il racconto si inserisce , le simbologie dietro le quali si cela la vera spiritualità calviniana, il suo ideale di vita e comportamento umano. Se il terzo racconto della trilogia “I nostri antenati” riprende i tratti caratterizzanti del genere epico nella fattispecie del tema bellico e del motivo della “quete”, il solco della tradizione viene totalmente superato dalla modernità con cui la regia calviniana inquadra il campo su cui si svolge la vera battaglia, quella più ardua e quasi impossibile, dell’uomo contemporaneo, nelle sembianze di un cavaliere che non c’è sotto la sua armatura. Quanto l’epos moderno può avere la stessa valenza didascalica di quello classico?La solidità di valori dei poemi omerici o virgiliani hanno dei corrispondenti con quelli esemplificati dagli “eroi” di Calvino? In che modo al tronfio Achille , consapevole delle sue aristiai e assetato di kleos, si contrappone il personaggio fatuo ed inesistente di Agilulfo? La disamina del cavaliere inesistente proposta dal Prof. Salomone rivela una verità indiscutibile: Agilulfo è il vero eroe dei nostri tempi, colui che volge alla ricerca della propria identità, partendo proprio da un’identità che non è definita; tuttavia, nonostante la sua inesistenza, protetta da una solida e lucente armatura, egli riesce ad affrontare ogni sfida ed il suo percorso di formazione, solo grazie alla sua inarrestabile forza di volontà! Cosa rappresenta l’armatura di Agilulfo? E’ forse quel guscio che protegge ciascuno dalle fragilità o dall’imbarazzo di mostrarle? Potrebbe considerarsi come il contenitore di una sostanza che ancora deve prendere completamente forma? Il “vuoto” dell’inesistenza del cavaliere , o meno simbolicamente dell’uomo della nostra società, come può diventare pienezza?Il riconoscimento del valore delle emozioni negative, tristezza, malinconia, dolore , e la condivisione delle stesse rappresentano il primo passo verso il senso della vita: vivere scaccia il vuoto dell’esistenza proprio nella misura in cui si avverte il colpo dei battiti del cuore, gli stessi che si tramutano in entusiasmo o in pianto! Vivere diviene il mestiere più difficile tra tutti, poiché presuppone la volontà di mettersi in gioco e ritrovarsi, il coraggio a soffrire, a costruirsi un codice di valori individuali in cui fermamente credere e con cui rifuggire la vacuità e mostruosità di quelli che una società degradata ci offre.   🙂

Sandra S.

Torrismondo, ovvero il dubbio!

Torrismondo mette in crisi il mondo perfetto di Agilulfo: egli non è un cavaliere perché l’atto che lo ha reso tale non è eroico, come invece si supponeva!
Inizia, a questo punto, come in tutti i poemi epici che si rispettino, “il  viaggio” di ricerca “dell’oggetto”  per i due protagonisti: entrambi devono confrontarsi con il VERO!
Torrismondo deve trovare il padre e conoscere la verità delle sue origini,  Agilulfo deve dimostrare di aver compiuto un atto di eroismo salvando la vergine Sofronia.
Sofronia  è, in realtà, la sorellastra di Torrismondo, adottata in tenera età dalla sua vera madre: il Cavaliere inesistente può, dunque, essere scagionato dall’accusa di usurpatore del titolo! Tutto bene? In realtà,no! Agilulfo,  in seguito ad un equivoco, perde “la Volontà” che lo definisce come essere vivente e diventa….diventa nulla!
E’ entrata in scena la Verità! Come fronteggiarla? Due sono le possibilità: accettarla per diventare soggetto consapevole delle proprie scelte (Torrismondo sceglie di sposare Sofronia) e proseguire, in modo diverso dal previsto, il proprio percorso di vita oppure soccombere perché l’armatura che ci difendeva dal Vero cade in mille pezzi (Agilulfo)!
Torrismondo è l’uomo che pone dubbi ma è anche pronto a saper gestire l’imprevedibile !
Per quale motivo? Vorrei la vostra interpretazione!
Graru

La solitudine di Agilulfo

«Agilulfo, come se tutt’a un tratto si sentisse nudo, ebbe il gesto di incrociare le braccia e stringersi le spalle. Poi si riscosse […]» (cap. I)

Con la sua fantasia fervidissima Calvino dà al racconto un protagonista davvero originale: Agilulfo, il cavaliere che non c’è. Agilulfo è un armatura vuota, che si identifica completamente con una volontà, una fede e l’onore; sicché, quando l’onore viene messo in discussione, tutto crolla e l’armatura si smembra.

Come lo stesso autore ebbe modo di spiegare, i racconti Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente (poi riuniti nel volume intitolato I nostri antenati) costituivano tre riflessioni intorno al tema dell’ “essere”. Ebbene, di certo Agilulfo “non è”: non esiste perché un uomo vero è fatto anche di debolezze, di sentimenti, di passioni, da cui invece il protagonista rifugge. E per questo resterà anche irrimediabilmente solo.

La sorte di altri personaggi, come Rambaldo o Torrismondo, mostra invece che “essere” significa provare emozioni, commettere errori, comunque sempre percorrendo le vie della vita insieme a qualcun altro.

Condividete questa lettura? Ritrovate corrispondenze nella vostra esperienza personale?

Calvino:la fantasia che interpreta il mondo

“……..Un signore del Settecento che passa la vita arrampicato sugli alberi, un guerriero spezzato in due da una palla di cannone che continua a vivere dimezzato, un guerriero medievale che non esiste ma è solo un’armatura vuota. Perché?……” Perché, spiega Calvino, fantasia, ironia unite all’accuratezza formale del testo sono l’espressione di una intelligenza viva necessaria per meglio definire virtù e vizi umani nel mondo contemporaneo. “Nell’epoca dei cervelli elettronici e dei voli spaziali”, afferma ancora Calvino, “la fantasia è l’espressione di una energia rivolta al futuro, all’avvenire, e non al passato, pur utilizzando il passato stesso, “…..è la stessa energia …che muove Orlando, Angelica, Ruggiero, Bradamante, Astolfo….” nella ricerca dell’oggetto del desiderio, nella ricerca del proprio futuro .

“IL Cavaliere inesistente”, il testo di Calvino al centro del confronto di venerdì 26 febbraio, ambientato nell’età di Carlo Magno, propone come protagonisti creature bizzarre, irreali, con le quali, tuttavia, l’autore vuole rappresentare allegoricamente (con fantasia!) fondamentali aspetti della condizione umana: la vita inesistente ed artificiale dell’uomo contemporaneo! Agilulfo è il cavaliere ridotto ad un’armatura vuota al suo interno; egli è amato da Bradamante che a sua volta è amata da Rambaldo, giovane guerriero che vive il reale, la concretezza della vita. Un terzo personaggio, Gurdulù, lo scudiero, è rappresentazione di una “…esistenza priva di coscienza, ossia identificazione generale col mondo oggettivo” (Nota 1960). Gurdulù è la vita istintiva, quella di chi non ha consapevolezza di sé ( vede rane, anatre….pensa di essere un’anatra, una rana!) -Il narratore è la monaca  Teodora, in realtà la guerriera Bradamante: ancora una volta niente è come appare!

Sono tanti gli esempi dell’ironia di Calvino che, sul modello ariostesco, mostra come tutto il mondo dei cavalieri, dei loro apparenti valori, sia vuoto, vuoto come l’armatura bianca e lucente di Agilulfo”…con mano ferma ma lenta sollevò la celata. L’elmo era vuoto. Nell’armatura bianca dall’iridescente cimiero non c’era dentro nessuno…..” “……e com’è che fate a prestar servizio, se non ci siete?..” chiede il vecchio imperatore Carlo, “…Con la forza di volontà … e la fede nella nostra santa causa!” (  Cap.I-Il cavaliere inesistente).

Molte volte, nel nostro quotidiano, avvertiamo di esistere solo quando siamo inseriti in un quadro di norme ben precise, o meglio, sono gli altri che avvertono la nostra esistenza soltanto perché ci conformiamo a quanto prescritto, alle regole dettate dalla società di massa, dal consumismo, altrimenti ….semplicemente non esistiamo! E’ la condizione alienante dell’uomo contemporaneo: essere riconosciuto per il suo “apparire conforme a..” non per ciò che realmente è, non per il suo mondo interiore, non per il suo reale valore e allora… e allora è forse conveniente presentarsi  con una scintillante armatura, “vuoti” dentro e ligi al “dovere”, pur di  essere accettati? Oppure diventa necessario, oggi più che mai,  portare fuori la propria essenza e definirsi per ciò che realmente si è, dando,così,  nuove opportunità  di sopravvivenza al nostro attuale” vuoto mondo”?

Prima o poi anche l’armatura più scintillate diventa preda della ruggine, mentre il tuo mondo interiore, la tua reale essenza, è lì, sempre, a garantire il tuo ESISTERE! Non siete d’accordo?

Graru

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Stamattina ha avuto avvio il terzo dibattito guidato ,sui temi emergenti dal famoso dramma ibnesiano “Casa di bambola “. Il filo rosso  della  discussione è stato dispiegato dall’incisivo  e coinvolgente intervento  dell’esperto esterno PROF Rosato, che ha solleticato con successo l’interesse dei ragazzi, veicolando la discussione verso alcuni aspetti del testo e della società in cui esso si colloca. L’excursus , breve ma necessario, sull’attività del drammaturgo norvegese ha proposto una chiave di lettura più consapevole e profonda del testo: l’innovazione del teatro di “parola”, il principio del decoro e della rispettabilità dell’individuo in base alle ricchezze che possiede e all’attività che compie, l’ideale dell’emancipazione non già esclusivamente femminile, ma della creatura umana in quanto tale. La querelle “Nora: femminista ante-litteram o paladina della libertà della volontà umana, a prescindere dal genere” sembra aver suggerito una interpretazione più convincente dell’eroina di “Casa di bambola ” : Ibsen crederebbe,dunque, che la storia di Nora sia l’inizio di un percorso che l’intera umanità dovrebbe compiere, l’autoanalisi,la maturazione di sè,la cura dello spirito, rivalutazione dell’esistenza.

IL RICHIAMO ALLA NECESSITÀ DI IMPEGNARCI A METTERE SU DELLE VITE DI CONTENUTO E NON DI APPARENZE È CIÓ CHE DI PIÙ ATTUALE ED AUTENTICO POTESSE TRASMETTERCI UN LIBRO! La bambola “Nora” è , di fatto, risultata, a parere degli studenti, un personaggio contraddittorio, ambivalente , per alcuni versi dotato dello stesso eroismo di Medea , Antigone, Clitemnestra,ma , allo stesso tempo, sentitamente affascinante per il suo coraggio, per il suo essere entrata in profonda relazione con le sue contraddizioni, col suo mondo interiore, anche a costo di sperimentare la solitudine. ..E quanto la solitudine può essere necessaria a ritrovare la direzione del proprio cammino o deleteria , poiché allontana dalle relazioni con l’altro?
I giovani del Brunelleschi hanno anche su questo input mostrato intelligenza ed apertura mentale : la solitudine di Nora è il percorso imprescindibile per fronteggiare nuove esperienze di vita, quella autentica. .. Grazie ad Ibsen per l’incredibile acume nella presentazione di tematiche tanto complesse quanto interessanti!   🙂
 Sandra S.

La scelta di crescere insieme!

Nora si allontana dalla sua casa, da suo marito, dai suoi figli per ritrovarsi come persona, per definire la propria identità, per crescere….da sola! Oggi, a scuola, abbiamo fatto una scelta diversa: insieme, ciascuno con la propria piccola, grande, esperienza ha contribuito ad una crescita collettiva che produrrà, nel tempo, tante fruttuose crescite individuali!

Insieme al prof. Rosato abbiamo attraversato secoli di storia, di emozioni, di “scelte” che ancora oggi stimolano la nostra riflessione e parlano al nostro cuore.

Le  donne (da Antigone a Medea, da Nora  alle protagoniste di “Ferite  a morte” di Serena Dandini) hanno accompagnato tutti noi in  un percorso di approfondimento che ha toccato tematiche come la solitudine, la ricerca di un orizzonte di senso, il rapporto tra giovani ed adulti, e ..ancora… e…  ancora…..!

Aspetto le vostre considerazioni sull’esperienza vissuta: ricordate sempre che la nostra scuola non è una “Casa di bambola”, non è il luogo “degli oggetti parlanti”, delle apparenze e delle ipocrisie, ma una moderna Agorà dove ogni  riflessione, ogni emozione, ogni parola ha diritto di cittadinanza perché espressione di un “IO”! Chi inizia?

GraRu

 

Pari opportunità

«Eppure era divertente lavorare così e guadagnare. Mi pareva quasi di essere un uomo» (Nora, in Casa di bambola, atto I).

Egocentrica e frivola si presenta Nora sulla scena fin dalle sue prime battute, non esclusa quella riportata sopra. Le parole citate, però, ci permettono anche di porre l’accento su un aspetto fondamentale del lungo e tormentato processo di emancipazione della donna: l’accesso al mondo del lavoro, tradizionalmente considerato come prerogativa maschile soprattutto negli ambienti benestanti.

La storia dell’emancipazione femminile è anche (naturalmente non soltanto) storia della conquista della possibilità di accedere alle opportunità lavorative in maniera paritaria rispetto all’uomo.

Parlando dell’Italia, vale la pena ricordare, ad esempio, che fino al 1963 a una donna era interdetta la carriera in magistratura; oggi vincoli del genere non esistono più, ma le indagini statistiche rivelano che comunque il traguardo della parificazione non è stato ancora pienamente raggiunto: eloquenti sono i dati riportati in questo recente articolo -> http://www.internazionale.it/notizie/2015/10/09/lavoro-donne-discriminazione.

Proviamo a riflettere insieme su questa realtà contemporanea che ci coinvolge tutti.

E se invece?

Una lettura alternativa di Casa di bambola, proposta da Roberto Alonge, vede in Nora una moglie-bambina la cui emancipazione è solo apparente. Secondo il critico, Nora abbandona il marito non perché questi si sia rivelato ai suoi occhi come un odioso padre-padrone, bensì perché non lo è stato a sufficienza: Nora aspettava il “miracolo”, che un marito impavido la proteggesse a costo di addossarsi le responsabilità che invece appartenevano a lei; di fronte al voltafaccia meschino di Torvald, Nora va via di casa non alla ricerca di sé (benché sia quello che dice), bensì alla ricerca di un uomo corrispondente al modello padre-padrone di cui lei non può fare a meno. Una riprova della correttezza di questa lettura sarebbe il fatto che Nora, lasciando la casa coniugale, non fa nessun riferimento alla prospettiva di cercare un lavoro, mentre questo soltanto le avrebbe garantito una concreta emancipazione.

Ci sconcerta la interpretazione di Roberto Alonge? Ci convince?

Nora:la scelta di essere”soli”per crescere.

Nora -“………Addio, Torvald. I piccoli non li voglio vedere. So che sono in mani migliori delle mie. In queste condizioni non posso essere niente per loro.” (H. Ibsen – Casa di Bambola)

Nora lascia il marito  e la sua “Casa di bambola”  per diventare “persona”, “una creatura umana al pari di te”, dice a Torvald. E’ una donna che prende coscienza della necessità di crescere, ma deve farlo da sola, attraverso un percorso difficile , drammatico (Nora lascia anche i figli) per giungere alla piena  consapevolezza di sé . Arriverà alla sua meta? Non è possibile saperlo: è sicuramente un tentativo, sostenuto dalla profonda convinzione  di dover fare il proprio percorso, di dover lasciare il mondo sicuro, protetto, ma privo di libertà, del suo matrimonio.

Solo con il pieno possesso della propria identità, della propria  libertà di scelta, si può sperare di vivere “una vita” autentica, una vita in cui sia possibile essere di ausilio e sostegno per l’altro, per gli altri.

E’ semplicistico leggere “Casa di Bambola” come testo vicino alle  rivendicazioni femministe, è lo stesso autore a sgombrare il campo da questa possibilità “.. ..devo rinunciare all’onore di aver agito volontariamente per il problema della causa della donna: Io, a dire il vero, non so neanche proprio chiaramente cosa sia la causa della donna. A me essa è sembrata sempre come una causa dell’essere umano” (Ibsen -Discorso del 26 maggio 1898)-

E’ questo il vero dramma del mondo contemporaneo, non comprendere che”..l’umanità è uomo e donna e che la disparità tra i sessi è letteralmente una sciocchezza, destinata a finire in un’insostenibile umiliazione…..”(George Bernard Shaw)

Riusciremo a costruire una società in cui ciascuno sarà libero di esprimere se stesso, senza costrizioni o vincoli, senza dover rinunciare ai propri affetti, senza che una mano violenta imponga la propria volontà per coprire la propria fragilità?

A voi la parola!

Graru

 

Da Pasolini a Gomorra

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Oggi si è tenuto il secondo incontro del nostro Progetto di Lettura, dedicato alle classi quinte e incentrato sul romanzo Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini. I contributi ricchi di spunti di riflessione del dottor Delio Salottolo e dell’ingegner Alberto Di Buono ci hanno messo davanti ad un’opera e ad un linguaggio molto intensi e ancora assolutamente attuali. Emarginazione, vitalismo disperato, omologazione, amore… sono solo alcune delle parole chiave che ci hanno guidati nella interpretazione di un messaggio potente e tragico che coinvolge anche, in particolare, la nostra Napoli contemporanea: un doppio filo lega, come abbiamo visto, le borgate pasoliniane e Gomorra.

Grazie agli studenti che hanno partecipato al dibattito con interesse ed entusiasmo, prestando attenzione e ponendo quesiti stimolanti. A voi promettiamo di continuare a curare questi venerdì letterari per offrirvi spazi e occasioni di confronto e di approfondimento sempre migliori.