Due libri per concludere

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Per l’ultima giornata del Progetto di Lettura di questo anno scolastico, ci è piaciuto mettere sul tavolo due libri: un classico, Il signore delle mosche dello scrittore inglese William Golding, e un romanzo contemporaneo, I cinque anelli di Pasquale Forni.

Abbiamo accostato un messaggio cupo e pessimistico, che è ben sintetizzato dalla frase “L’uomo produce il male come le api producono il miele”, ad uno decisamente più positivo, incentrato sulle regole non scritte dell’amore. In questo modo, pur consapevoli che risposte definitive sui temi del bene e del male non esistono, abbiamo cercato di dare un nome al male che ci affligge e alle risorse che possono aiutarci a contrastarlo: prima fra tutte l’empatia, la capacità di immedesimarci, di stabilire una connessione emotiva con l’altro.

Tra confronti di opinioni, confessioni dolorose e momenti più leggeri, catartici, in cui una sonora risata ha stemperato l’inevitabile tensione di un dibattito su temi così profondi, siamo giunti – troppo presto, vorrei aggiungere – alla conclusione dell’incontro.

Grazie ancora a tutti i protagonisti della giornata, dalla dottoressa Martina Lupoli che, come già in un’altra occasione, ha saputo stimolare anche i più giovani a riflessioni intense e difficili; allo scrittore Pasquale Forni che ci ha fatto conoscere il suo libro e ci ha ricordato l’importanza dei sogni e dei progetti; ma soprattutto ai giovani che ancora una volta hanno partecipato con trasporto ed entusiasmo. Mentre tutto intorno a noi procede di corsa, sfiorando appena la superficie degli eventi e delle emozioni, siamo stati capaci di ritagliarci un momento di lentezza, di riflessione, di profondità. E così siamo salvi!

Un doveroso ringraziamento anche alle due allieve che hanno fotografato e ripreso l’evento con intelligenza e maestria: Emanuela Favella di 2^ Q e Fabiana Tarsia di 1^ Q.

 

Una riflessione sul bene e sul male

Un gruppo di ragazzini scampa ad un incidente aereo mentre il mondo è insanguinato da una guerra globale. Soli su un’isola che sembra un paradiso, i piccoli cercano di organizzare la loro sopravvivenza, ma in agguato c’è un terribile mostro: il “Signore delle Mosche”. Così il paradiso si trasforma in un inferno.

Il mostro che terrorizza i ragazzini, in realtà, non è fuori di loro, come essi erroneamente credono. L’oscurità è dentro di loro, si nutre delle paure e delle angosce che li attanagliano e li rende perfino assassini.

Il romanzo di Golding, dunque, è un apologo che ci ripropone, attraverso una scrittura magistrale, le domande più antiche e difficili a cui l’uomo ha cercato risposta nei millenni della sua storia: qual è l’origine del male? nella vita prevale la luce o piuttosto il buio?

Rispondere a queste domande ci impone una riflessione intensa e anche dolorosa, della quale però abbiamo bisogno. Venerdì 29 aprile la dottoressa Martina Lupoli, che ha già entusiasmato tanti di voi nell’incontro del 5 febbraio, tornerà per accompagnarci in questo difficile, ma vitale percorso. Per ora, se volete, provate a lasciare qui qualche impressione.

Genitori e figli: “Lettera al padre” di Franz Kafka

Cristina Aliberti, IV E, scrive:

“Perché affermo che avrei paura di te”. Il testo “Lettera al padre” di Kafka si apre con questa domanda ,che Hermann rivolge a suo figlio per comprendere i motivi del timore nei suoi confronti. Kafka cerca di riassumere in una lettera un argomento che va oltre la sua memoria e la sua intelligenza. Egli ammette fin dall’inizio gli sbagli fatti  “non ho mai posseduto il senso della famiglia, non mi sono mai occupato del negozio e dei tuoi affari…per gli amici farei qualunque cosa”, ma sostiene anche che tutti i suoi comportamenti sono una conseguenza dell’atteggiamento del padre nei suoi confronti, e della dura educazione impartitagli. “Ero un bambino pauroso”, egli ammette fin da sempre la sua debolezza e la sua subordinazione al padre, il quale non ammette giudizio diverso dal proprio assumendo un aspetto tirannico “Solo il tuo punto di vista era giusto, ogni altro era demenziale, stravagante, folle, anormale”. Kafka si sente sminuito anche nel suo aspetto fisico che, al cospetto di quello del padre, per lui unico punto di riferimento, appare debole. Egli rimprovera al padre anche la sua indifferenza per la sua attività di scrittore, considerata un inutile passatempo. Tutti questi comportamenti hanno portato alla rottura del loro rapporto, forse mai esistito, e a quella che Kafka chiama incapacità di parlare “L’impossibilità di avere con te un dialogo pacato portò ad un’altra conseguenza, molto ovvia: disimparai a parlare”. La rottura di questo dialogo ha reso Kafka una persona molto debole e insicura, da portarlo addirittura  a rifiutare il matrimonio perché insicuro. Tuttavia Kafka non dimentica l’amore che il padre mostrava quando, durante la sua ultima malattia, si avvicinava alla sua stanza restando in silenzio per non disturbarlo. Egli non vuole altro che l’affetto di un padre e un po’ più di considerazione “io ero per lui una totale annullità”. Egli tenta , da adulto, di stare al suo stesso passo scegliendo il matrimonio, ma questa scelta si traduce in insicurezza, perché sa di non possedere “la forza , la capacità oratoria, l’autosufficienza , la tenacia, il senso di superiorità” del padre. L’unica cosa che lo rende libero e autosufficiente è la scrittura, anche se sa di non essere appoggiato dal padre. Questo testo è molto attuale perché affronta il problema del difficile rapporto tra figli e genitori. Oggi molti ragazzi non si sentono all’altezza dei propri genitori, oppure non si sentono appoggiati nelle scelte, fino a sentirsi quasi come dei “diseredati” , come dice di sentirsi Kafka. Essi si allontano dalla famiglia, avvicinandosi sempre di più a ciò che li faccia sentire accettati, realizzati (amici, social network..), perdendo ogni dialogo ed ogni confronto con i genitori. Questo allontanamento può essere tradotto come una paura  del confronto o “di una porta sbattuta in faccia”, ma è proprio questo che fa maturare e superare ogni timore.

In attesa di ascoltare l’intervento del preside Rosato, proviamo a riflettere ancora  sull’argomento, certamente sempre attuale, difficile e anche doloroso.