Serata Finale del Premio Napoli 2018 – 1

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Il Premio Napoli 2018 è stato assegnato per la sezione “Narrativa” a Giorgio Falco, per la “Saggistica” a Francesco Merlo e per la “Poesia” a Guido Mazzoni.

Da una serata intensa, trascorsa tra versi suggestivi, riflessioni sulla nostra difficile contemporaneità, narrazioni incentrate sul rapporto con la figura paterna, buona musica, arguzie linguistiche e impegno sociale e civile, ci permettiamo di postare per primo uno stralcio che costituisce per noi un grande orgoglio: l’elogio che il poeta Elio Pecora, ospite del liceo il 23 ottobre, ha rivolto al lavoro dei nostri ragazzi sui suoi versi. Grazie alle professoresse Maddaloni e Persico e alle classi 3^D e 5^P per aver fatto onore al Brunelleschi.

 

Crescendo insieme

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Come tre anni fa, la dottoressa Martina Lupoli ha intrattenuto docenti e studenti in maniera piacevolissima, al tempo stesso insegnandoci a riconoscere in noi stessi fragilità e punti di forza. Partendo da un libro doloroso e difficile come Leggenda privata di Michele Mari, la psicologa ci ha guidati nella nostra personale “resa dei conti” col passato (e anche col presente).

Per ora solo qualche foto, in attesa di poter pubblicare di nuovo anche i contributi video. Grazie alla dottoressa Lupoli, ai colleghi presenti, ma soprattutto, come sempre, ai ragazzi, che sono l’anima di questi nostri progetti.

Incubo privato

45759618_10155795260542374_4251982528862224384_nAnche questa volta mi piace concludere la carrellata degli interventi su un libro finalista del Premio Napoli con la mia personale recensione.

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Quest’anno il Premio Napoli vede fronteggiarsi in finale, nella sezione dedicata alla narrativa, tre opere che, seppure in maniera molto diversa, rappresentano tutte una sorta di resa dei conti dei rispettivi autori con le proprie radici (rappresentate emblematicamente dalle figure paterne). Sui rapporti familiari, estremamente tormentati, è incentrato in particolare Leggenda privata, libro autobiografico di Michele Mari (Milano, 1955).

Michele non è più un ragazzino, ma quando gli Accademici pretendono che lui scriva la propria autobiografia il racconto finisce col concentrarsi sugli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, lambendo appena la giovinezza e senza andare oltre. Forse perché, superato quel discrimine, non c’è nulla di interessante; o forse c’è un dramma che non si ha la forza di affrontare. Così, attraverso libere associazioni di idee che ovviamente non seguono l’ordine cronologico degli eventi, nasce questo racconto (carico di “orrore” – come Mari stesso più volte ripete) della prima parte della vita dell’autore.

La figura di Michele emerge dal libro come quella di un disadattato, dimidiato tra due mondi, quello del padre Enzo – di umili origini e diventato un grande nome del design con le sole proprie forze, ma autoritario e violento – e quello della madre Iela – di origini borghesi e agiate, amica e parente di varie celebrità, che aveva scelto di rinunciare ai privilegi della propria condizione precipitando però col tempo in un abisso di umiliazione e alcolismo. Un padre in ascesa e una madre in discesa, ben presto separati; e lui nel mezzo: terrorizzato e al tempo stesso ammirato di fronte al padre, legato da profondo affetto ma anche da un sentimento di compassione nei confronti della madre.

Michele cresce quindi con difficoltà, fra traumi familiari, tic, manie, un rapporto problematico con il genere femminile e la sessualità (l’orrore nelle sue varie manifestazioni). E le ossessioni e i tormenti prendono la forma di visioni (come gli Accademici) che ancora oggi, in età più che adulta, lo perseguitano e lo obbligano ad una resa dei conti con il passato alla quale lui non è del tutto pronto (come dimostrano le prime pagine del libro, particolarmente arzigogolate e artificiose, di lettura difficile e pesante).

José Saramago nel suo Manuale di pittura e calligrafia osserva che quanto più un autore finge e costruisce e manipola, tanto più si mette a nudo, se siamo capaci di leggere oltre le righe. Dunque il libro di Mari va accolto così: una confessione intima sostanzialmente fedele e al tempo stesso deformante e deformata, che si traduce in una autoterapia in parte riuscita e in parte mancata.